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Cosa facevano davvero i romani nel tempo libero – 7 fatti sorprendenti

Nell’antica Roma il tempo libero era raro e prezioso, ma quando se ne presentava l’occasione, i romani lo sfruttavano con un’intensità che ancora oggi ci sorprende. Questo articolo presenta sette curiosità che vanno ben oltre il Colosseo.

I punti salienti in sintesi

  • Oltre ai combattimenti dei gladiatori e alle corse dei carri, c’erano anche divertimenti più tranquilli: giochi da tavolo, visite alle terme, letture, banchetti in casa e rituali religiosi riempivano la vita quotidiana degli antichi romani.
  • I romani avevano a disposizione una vasta gamma di attività ricreative, ma l’accesso a queste dipendeva fortemente dallo status sociale: la società romana era suddivisa in diverse classi, dagli schiavi ai cittadini comuni fino ai senatori.
  • L’intrattenimento era spesso offerto gratuitamente, finanziato dai politici che in questo modo si assicuravano il favore del popolo.
  • Alcune forme di svago hanno un’influenza che si fa sentire ancora oggi: la cultura termale in Europa, le feste di strada con parallelismi con i Saturnali, i giochi di dadi e da tavolo nelle taverne.
  • Di seguito vengono presentate sette abitudini ricreative concrete, in parte inaspettate, che ampliano notevolmente l’immagine della vita nell’Impero Romano.

Introduzione: il tempo libero nell’antica Roma – meno Colosseo, più vita quotidiana

Festa rurale nell’antica Roma – Rappresentazione del tempo libero dei romani durante una festa popolare

Chi pensa all’Impero Romano vede nella propria mente immagini di gladiatori. Eppure la vita quotidiana a Roma e nelle sue città di provincia era meno sanguinosa e decisamente più variegata. Intorno al 117 d.C., al culmine della sua espansione sotto l’imperatore Traiano, l’Impero copriva circa 5 milioni di chilometri quadrati e si estendeva dalla Britannia fino all’Eufrate. Questo immenso territorio era collegato da una fitta rete stradale: recenti mappature digitali (progetto Itiner-e, 2025) stimano che le principali vie di comunicazione, di cui è possibile tracciare il percorso, ammontino a circa 300.000 chilometri, mentre le stime precedenti erano inferiori. In questa imponente civiltà, le persone avevano possibilità completamente diverse di organizzare il proprio tempo libero a seconda del ceto sociale, del sesso e del luogo di residenza.

Già in epoca imperiale il calendario annuale contava oltre 130 giorni festivi ufficiali: il calendario tardoantico di Filocalo, risalente al 354 d.C., registra per il IV secolo circa 175 giorni con giochi nell’ambito di un totale di circa 200 festività pubbliche. I romani celebravano molte di queste feste e giochi pubblici, ma non tutti i giorni erano festivi nel senso moderno del termine. Spesso in quei giorni i tribunali non si riunivano, le norme cultuali determinavano il carattere della giornata e il ritmo seguiva gli orari dei mercati e i cicli religiosi anziché un fine settimana fisso. Il lavoro iniziava solitamente all’alba e terminava verso mezzogiorno. Dopodiché – soprattutto in città – era il momento delle terme, delle taverne, della politica e dei rapporti sociali. Chi viveva come artigiano o semplice cittadino in una città di provincia come Colonia, Treviri o Pompei, viveva ritmi simili, sebbene su scala più ridotta. In campagna predominavano le feste religiose e i giochi semplici. Religione, politica e divertimento si fondevano quasi sempre l’uno nell’altro – ad esempio nei giochi in onore di Giove o di altre divinità.

1. Le terme come templi del benessere – molto più di un semplice lavaggio

Le visite alle terme erano parte integrante del tempo libero romano. Per molti romani, andare alle terme era il momento clou della giornata: un mix di sport, cura del corpo, letteratura e socializzazione. I romani perfezionarono il sistema di riscaldamento ipocausto per pavimenti e pareti riscaldati, una tecnica che rese possibile la realizzazione di tali strutture su questa scala. Anche una forma di calcestruzzo particolarmente resistente contribuì a mantenere saldi molti di questi edifici nel corso dei secoli.

Le Terme di Caracalla a Roma, inaugurate nel 216 d.C., potevano ospitare circa 1.600 bagnanti contemporaneamente; nei giorni di punta si arrivava a 8.000 visitatori. Il complesso comprendeva un apodyterium (spogliatoio), un frigidarium (bagno freddo), un tepidarium e un caldarium, una palestra per lo sport, due biblioteche – una per i testi latini e una per quelli greci – oltre a giardini e negozi. Sia le donne che gli uomini frequentavano le terme, per lo più separati nel tempo o nello spazio. Qui si discuteva di politica, si concludevano affari e si scambiavano notizie. Il filosofo Seneca, in una delle sue lettere, si lamentò una volta amaramente del rumore proveniente da un complesso termale situato sotto la sua abitazione: canti, schiamazzi e gli schiaffi dei massaggiatori penetravano senza filtri attraverso pareti e soffitti.

2. Giochi, scommesse e giochi d’azzardo – dalla torre dei dadi al mulino

Gli antichi romani erano giocatori appassionati. I giochi di dadi erano molto popolari nonostante i divieti di legge: le restrizioni non fermavano quasi nessuno e, in occasione di festività come i Saturnali, il gioco era addirittura ufficialmente consentito, tanto che anche gli schiavi potevano partecipare.

I giochi con le cosiddette astragali, ossa di animali, erano molto diffusi. Inoltre, venivano utilizzati dadi in avorio, osso o bronzo. Un ritrovamento archeologico particolarmente suggestivo è una torre dei dadi in bronzo riccamente decorata, rinvenuta a Vettweiß-Froitzheim, nei pressi di Colonia, risalente al IV secolo d.C. e oggi esposta al Rheinisches Landesmuseum di Bonn. Due figure di delfini adornano la sua base; piccoli campanelli suonavano non appena i dadi avevano percorso le rampe interne – un ingegnoso stratagemma contro i baratori e una prova di quanto tali giochi fossero popolari anche nelle province settentrionali dell’Impero.

Giochi da tavolo strategici come il Ludus latrunculorum (una sorta di gioco dei briganti), il Duodecim Scripta (simile al backgammon) e il Terni Lapilli (paragonabile al tris) venivano praticati ovunque. Spesso, come tavoli da gioco, venivano utilizzate semplici linee incise su tegole o panche di pietra: tali campi da gioco si trovano ancora oggi sui gradini del Colosseo, nel Foro Romano e negli accampamenti militari sul Reno e sul Danubio.

È facile immaginare vivamente una serata in una taverna di Pompei: le lampade a olio tremolano, i calici di vino circolano e, attorno a un tavolo di legno, quattro uomini giocano a dadi per qualche sesterzio – rumorosamente, con fervore, in un misto di strategia e fortuna.

3. Corse di bighe e febbre da circo – la Formula 1 dell’Impero Romano

Il tempo libero dei romani: corse di bighe con tifoserie vestite di blu, verde, rosso e bianco

Le corse dei carri erano più popolari dei combattimenti dei gladiatori e per molti romani rappresentavano lo spettacolo di massa più importante in assoluto. Si svolgevano nel Circo Massimo, in uso già dal VI secolo a.C. e che, nella sua fase di massimo sviluppo – dopo la ricostruzione a seguito dell’incendio della città del 64 d.C. e sotto l’imperatore Costantino – poteva ospitare fino a 250.000 spettatori.

I tifosi si identificavano con i colori delle loro squadre – blu, verde, rosso, bianco – e formavano veri e propri gruppi di tifosi caratterizzati da rivalità e occasionali disordini. Il auriga Gaio Appuleio Diocle, attivo fino al 146 d.C. circa , vinse circa 1.462 gare in 24 anni di carriera su oltre 4.200 partenze e, secondo la sua iscrizione onorifica conservata, guadagnò l’enorme somma di 35.863.120 sesterzi – secondo i calcoli dello storico Peter Struck, una fortuna dell’ordine di miliardi secondo gli standard odierni, il che lo rende uno degli sportivi più pagati della storia. Nel circo regnava un’atmosfera fatta di polvere, sudore di cavallo, incenso, esultanza e scommesse. La folla era in delirio, gli stendardi sventolavano, le torce ardevano.

Anche i combattimenti dei gladiatori erano eventi pubblici spettacolari, per lo più finanziati dai politici. Si svolgevano in arene come il Colosseo, che secondo le stime poteva ospitare da 50.000 a 65.000 spettatori. Molti gladiatori erano schiavi o prigionieri di guerra, ma alcuni divennero famosi come le star dello sport di oggi. I combattimenti avevano anche un significato politico: imperatori e senatori li utilizzavano per dimostrare il proprio potere e conquistare il favore del popolo.

4. Lettura, teatro e letteratura – piaceri culturali per i colti

Il tempo libero dell’élite romana durante l’Impero era fortemente improntato alla cultura e all’arte. Le letture pubbliche – le cosiddette «recitationes» – erano eventi sociali in cui autori come Marziale o Plinio il Giovane recitavano le loro opere davanti al pubblico. Nell’antichità la letteratura veniva raramente letta in silenzio; la lettura ad alta voce era il modo preferito per appropriarsi di un testo.

Teatri come il Teatro di Marcello a Roma, quello di Orange in Gallia o quello di Mérida in Spagna offrivano spazio a migliaia di persone per assistere a commedie e tragedie ispirate a modelli come Plauto e Terenzio. Le lingue utilizzate sul palcoscenico erano il latino e il greco. Le biblioteche nelle terme e nei fori – come le due biblioteche delle Terme di Caracalla – fungevano da luoghi di svago più tranquillo, accessibili a tutti coloro che sapevano leggere. Chi non sapeva leggere da sé si affidava a lettori, che nelle famiglie benestanti facevano parte integrante del personale.

5. Feste di strada, Saturnali e banchetti domestici – quando Roma dimenticava il lavoro

Le feste religiose nell’Impero Romano erano spesso associate a momenti di svago sfrenato, giochi e dissolutezza. I Saturnali di dicembre – in onore del dio Saturno – rappresentavano il momento culminante: per diversi giorni ci si scambiava doni, i ruoli tra padroni e schiavi venivano simbolicamente invertiti e un’atmosfera esuberante pervadeva le strade. Scommesse, giochi d’azzardo e banchetti abbondanti caratterizzavano questa festa.

I banchetti domestici, i cosiddetti «convivia», mettevano chiaramente in evidenza la differenza tra le classi sociali. Mentre un artigiano si godeva un pasto frugale a casa, i senatori cenavano sui letti del triclinio con più portate, musica, danze e recitazioni poetiche. Per le strade, i cosiddetti termopoli – banconi fissi con recipienti incassati – offrivano pasti veloci e caldi ai cittadini comuni, simili a una sorta di fast food ante litteram. Queste feste venivano celebrate sia nella capitale Roma che nelle città di confine dell’Impero.

6. Sport, culto del corpo e caccia – Il fitness nell’antica Roma

Antico mosaico romano raffigurante atleti – i corpi scolpiti come ideale del tempo libero dei romani

Il tempo libero nell’antica Roma comprendeva attività fisiche, soprattutto per i giovani uomini e i soldati. Sport come la lotta, la corsa, il pugilato e i giochi con la palla – come ad esempio il gioco di squadra noto come Harpastum – venivano praticati nella palestra delle terme o in spazi all’aperto. La cura del corpo con l’olio al posto del sapone e la raschiatura della pelle con uno strumento chiamato strigilis facevano parte di un rituale fisso. I corpi allenati venivano immortalati in statue e mosaici come ideale culturale.

I romani benestanti intraprendevano inoltre battute di caccia nelle loro tenute rurali, le villae rusticae, ad esempio negli Appennini, in Gallia o in Nord Africa. La caccia non forniva solo carne, ma soprattutto prestigio sociale. L’allenamento fisico non era un fine a sé stesso, bensì parte dell’educazione e di un patrimonio culturale che univa gli ideali greci dell’atletismo alla disciplina romana.

7. Divinità, oracoli e magia – attività spirituali nel tempo libero

La religione era costantemente presente nella vita quotidiana e veniva vissuta anche come attività ricreativa. Le visite ai templi, i riti sacrificali e le processioni facevano parte del ritmo della vita. Consultare gli oracoli – ad esempio nell’Oriente dell’Impero, di impronta greca, o nei santuari locali – era per molte persone una pratica scontata.

Amuleti, oroscopi e le cosiddette tavolette di maledizione (defixiones) – sottili tavolette di piombo incise con incantesimi d’amore o maledizioni – facevano parte dei rituali privati del tempo libero. Nonostante i divieti, tali tavolette venivano sepolte in gran numero in tutto l’Impero o gettate in pozzi e tombe, tra cui anche diverse dozzine di esemplari a Pompei. I culti domestici sotto forma di larari – piccoli altari domestici dedicati agli dei protettori della famiglia – erano presenti in quasi ogni abitazione romana. I piccoli rituali quotidiani prima del lavoro e dei pasti non erano un obbligo, ma un intreccio tra abitudine e fede autentica che permeava la vita nell’antica Roma.

Il tempo libero dei bambini nell’antica Roma: giocare, imparare, imitare gli adulti

I bambini nell’antica Roma andavano a scuola meno di oggi, ma in compenso giocavano molto in autonomia. Reperti provenienti da tombe a Roma, Colonia e Magonza mostrano bambole in terracotta con arti snodabili, piccoli carri, figurine di gladiatori e figurine di animali in argilla e legno.

I bambini giocavano con le noci – un materiale economico e disponibile ovunque, utilizzato per giochi di lancio e di precisione. Erano diffusi anche i cerchi, le trottole e la simulazione di corse di bighe nei cortili e per le strade. I bambini delle famiglie benestanti ricevevano lezioni private di grammatica e retorica come programma obbligatorio fisso; il loro tempo libero si limitava ai pomeriggi e ai giorni festivi. Per i bambini delle famiglie più povere, invece, l’intero mondo, al di là dei piccoli doveri lavorativi, era un unico campo da gioco.

FAQ – Domande frequenti sul tempo libero nell’Impero Romano

I romani avevano davvero la domenica libera?

Nel marzo del 321 d.C. l’imperatore Costantino introdusse il «Dies Solis» (giorno del Sole) come giorno di riposo generale per i tribunali e i lavori urbani – con un’eccezione per l’agricoltura. Ciò riguardò tuttavia solo la fase successiva dell’Impero, sempre più influenzata dal cristianesimo. In precedenza, il ritmo della vita era determinato da altre festività, dai giorni di mercato (Nundinae) e dal calendario religioso: prima di allora non esisteva un giorno di riposo settimanale fisso nel senso moderno del termine.

Gli schiavi nell’antica Roma potevano godere di tempo libero?

Gli schiavi erano legalmente considerati proprietà e non avevano diritto al tempo libero. La loro vita quotidiana variava tuttavia notevolmente: gli schiavi domestici nelle famiglie più benevole potevano partecipare a giochi o feste una volta terminato il lavoro. Durante i Saturnali, agli schiavi era persino permesso giocare, mangiare e bere – una rara eccezione alle regole sociali altrimenti rigide.

Esisteva qualcosa di simile alle vacanze nell’Impero Romano?

I romani benestanti sfruttavano i soggiorni prolungati nelle ville di campagna sulla costa near Napoli o nel Lazio come una sorta di vacanza. I soggiorni termali presso famose sorgenti curative come Baiae, nel Golfo di Napoli, univano tempo libero, cure e lusso. Tali luoghi erano considerati centri dell’alta società.

In che modo il tempo libero in campagna differiva da quello in città?

Gli abitanti delle città avevano accesso a teatri, terme, circhi e fori. In campagna, invece, predominavano le feste religiose, i giochi semplici e le visite ai mercati. Le famiglie contadine avevano complessivamente molto meno tempo libero, che spesso coincideva con le festività religiose. Opere imponenti come acquedotti e grandi complessi termali erano concentrate soprattutto nelle città.

Quali abitudini ricreative dei romani sono sopravvissute fino ad oggi?

La cultura dei bagni pubblici e delle saune, soprattutto nell’Europa meridionale e centrale, le feste di strada in stile carnevalesco e la passione per gli sport negli stadi e le corse hanno le loro radici nell’antica Roma. I giochi da tavolo, i giochi con i dadi e i banchetti a più portate portano avanti tradizioni simili, sebbene in forma modificata. Persino la divisione dell’Impero Romano nel 395 d.C., la fine dell’Impero Romano d’Occidente nel 476 d.C. – quando la capitale era già Ravenna – e il saccheggio di Roma da parte dei Visigoti nel 410 d.C. non posero fine a questa cultura quotidiana in modo repentino. L’Impero Romano d’Oriente conservò molte tradizioni romane fino alla sua fine nel 1453, e l’epoca nota come «migrazioni dei popoli» (dal 375 al 568 d.C. circa) diffuse il patrimonio culturale romano fino all’estremo ovest e al nord dell’Europa. A proposito: nel Impero Romano i bagni pubblici erano per lo più spazi comuni senza separazione tra i sessi; per la pulizia si utilizzava spesso una spugna fissata a un manico. Anche la distribuzione statale di cereali (Annona) alla popolazione urbana di Roma anticipava, in forma molto semplificata, i concetti della moderna previdenza sociale.

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