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Omicidi con veleno nell’antica Roma: le avvelenatrici più famigerate dell’Impero

Nell’Impero romano, l’avvelenamento era l’arma invisibile del potere. Mentre pugnali e spade lasciavano tracce, il veleno agiva nell’ombra: perfettamente camuffato nel vino, nei piatti a base di funghi o nel miele, difficilmente rilevabile, invisibile e, talvolta, letale con spaventosa precisione. Le fonti antiche citano con notevole frequenza donne come autrici di questi delitti: avvelenatrici di professione come Locusta, imperatrici assetate di potere come Agrippina la Giovane e innumerevoli matrone senza nome che, secondo quanto si dice, avrebbero eliminato i propri mariti o le proprie rivali. Ma cosa c’è di vero dal punto di vista storico – e cosa è invece propaganda politica, che ha dipinto a posteriori le donne potenti come mostri?

Panoramica dei punti salienti

  • L’avvelenamento (veneficium) era nell’Impero romano un crimine temuto ma difficile da provare, che suscitava immediatamente sospetti in caso di morte improvvisa di imperatori e nobili.
  • Le donne – in particolare le dame di corte, le guaritrici e le avvelenatrici di professione – venivano associate in modo sproporzionato all’avvelenamento nelle fonti antiche, il che è in parte dovuto a casi reali e in parte a stereotipi misogini.
  • Locusta è considerata la più famosa avvelenatrice di Roma: si dice che abbia avvelenato sia l’imperatore Claudio (54 d.C.) che Britannico (55 d.C.) su ordine rispettivamente di Agrippina e dell’imperatore Nerone.
  • Intrighi politici, dispute ereditarie e conflitti coniugali erano i motivi più frequenti dei presunti omicidi per avvelenamento alla corte imperiale e nelle famiglie senatori.
  • Le nostre informazioni provengono da storici antichi come Tacito, Svetonio e Cassio Dione, nonché dal diritto penale romano (lex Cornelia de sicariis et veneficis) – tenendo sempre conto della parzialità delle fonti e delle esagerazioni letterarie.

L’avvelenamento nell’Impero Romano – una classificazione

L’avvelenamento era una forma di violenza particolarmente temuta nell’Impero Romano, poiché poteva avvenire senza lasciare tracce e senza uno scontro diretto. Mentre una pugnalata lasciava testimoni e tracce di sangue, il veleno agiva in modo insidioso – spesso nel corso di giorni o settimane, in modo strisciante e apparentemente inarrestabile. I decessi improvvisi di imperatori, senatori o membri di famiglie benestanti facevano quindi rapidamente sorgere il sospetto di avvelenamento, anche in assenza di prove concrete.

La storia dell’avvelenamento nell’antica Roma risale a tempi molto lontani. Già nella tarda Repubblica, la lex Cornelia de sicariis et veneficis (81 a.C., promulgata sotto il dittatore Silla) puniva la produzione, il possesso e la somministrazione di veleni. Medici come Scribonio Largus, nel I secolo d.C., descrivevano i sintomi tipici degli avvelenamenti:

Veleni tipici nell’antica Roma e i loro effetti

Veleno Effetto
Cicuta (Conium maculatum) Paralisi, arresto respiratorio
Giusquiamo (Hyoscyamus niger) Allucinazioni, convulsioni
Oppio (Papaver somniferum) Sedazione, paralisi respiratoria
Composti di piombo e mercurio Danni neurologici progressivi

Senza metodi forensi quali autopsie o analisi chimiche, tuttavia, la distinzione tra malattia naturale e avvelenamento rimaneva soggettiva – e spesso influenzata da aspettative politiche. Chi doveva morire veniva quasi sempre considerato, a posteriori, vittima di avvelenamento.

Quadro giuridico: la lex Cornelia de sicariis et veneficis

Nell’81 a.C. il dittatore Silla promulgò la lex Cornelia de sicariis et veneficis per arginare la crescente minaccia rappresentata dagli assassini (sicarii) e dai velenatori (venefici). La legge era straordinariamente esaustiva: non solo criminalizzava gli omicidi con veleno già compiuti, ma anche la produzione, il possesso e la distribuzione di veleni.

La pena variava a seconda della condizione sociale:

  • Membri dell’alta società: esilio (interdictio aquae et ignis) o deportazione con confisca dei beni
  • Appartenenti alle classi inferiori e schiavi: lavori forzati nelle miniere, con l’esecuzione capitale in caso di morte della vittima

Il termine venenum in latino era originariamente ambivalente: poteva significare sia medicinale che pozione magica. Solo nel contesto giuridico il significato si spostò inequivocabilmente verso quello di veleno. Gli autori antichi spesso confondevano la figura della «venefica» (avvelenatrice) con quella della «saga» (strega), associando in modo generalizzato le donne a rituali proibiti e incantesimi d’amore – un’equivalenza che la dice lunga più sulle paure sociali che sulla realtà.

Le confessioni venivano spesso estorte con la tortura, soprattutto nel caso degli schiavi. Questa pratica compromette notevolmente l’affidabilità delle fonti: ciò che veniva considerato una prova era spesso il risultato di coercizione, calcoli politici o voci di corridoio.

Locusta – la più famigerata avvelenatrice di Nerone

Locusta (chiamata anche Lucusta) è considerata la più famosa avvelenatrice della storia romana – e forse di tutta l’antichità. Probabilmente originaria della Gallia, compare per la prima volta nelle fonti sotto l’imperatore Claudio intorno al 54 d.C. Tacito (Annali 12–14), Svetonio (Nerone) e Cassio Dione la descrivono come un’avvelenatrice professionista che operava alla corte imperiale: un’assassina a sangue freddo al servizio dei potenti.

La morte di Claudio (54 d.C.)

Si ritiene che Agrippina la Giovane, moglie di Claudio e madre di Nerone, abbia incaricato Locusta di eliminare l’imperatore. Il mezzo: un piatto a base di funghi avvelenati (boletus). Tacito riferisce che la prima dose non avrebbe agito abbastanza rapidamente. A quel punto, il medico personale Senofonte avrebbe introdotto una penna d’oca imbevuta di veleno nella gola dell’imperatore privo di sensi, per portare a termine l’atto. Claudio morì quella stessa notte. I suoi sintomi – vomito, perdita di coscienza – furono fatti passare per morte naturale. Il successore era già pronto: Nerone salì al trono.

La morte di Britannico (55 d.C.)

Solo un anno dopo, l’imperatore Nerone avrebbe nuovamente fatto ricorso ai servizi di Locusta. Britannico, suo fratellastro e potenziale rivale al potere, doveva morire. Il problema: un assaggiatore controllava tutti i cibi e le bevande. Secondo le fonti, la soluzione di Locusta fu ingegnosa: mescolò il veleno nell’acqua fredda, che fu aggiunta solo in un secondo momento al vino caldo già controllato. L’assaggiatore aveva assaggiato solo il vino non adulterato e ne uscì indenne.

Svetonio riferisce che Nerone non era soddisfatto della prima dose, poiché agiva troppo lentamente. Si dice che abbia costretto Locusta a potenziare la miscela sul posto, finché il veleno non provocò una paralisi immediata. Britannico crollò a terra durante la cena e morì in pochissimo tempo. Nerone lo attribuì a un attacco epilettico.

Il patrocinio di Nerone e la fine di Locusta

Dopo questi omicidi, si dice che Nerone non solo abbia graziato l’avvelenatrice, ma l’abbia addirittura ricompensata:

  • Terreni come dono personale
  • Allievi da addestrare all’arte della preparazione dei veleni
  • Una sorta di laboratorio di veleni tollerato ai margini della corte

Persino il veleno con cui Nerone avrebbe cercato di fuggire, che si dice portasse con sé nel 68 d.C., viene talvolta attribuito a Locusta – alla fine, però, non lo utilizzò, ma si lasciò uccidere. Dopo la morte di Nerone, Locusta fu arrestata e giustiziata dall’imperatore Galba – presumibilmente alla fine del 68 o nei primi giorni del 69 d.C.; la data esatta non è riportata in modo univoco nelle fonti. Gli storici moderni definiscono talvolta Locusta una delle prime serial killer documentate della storia – sebbene occorra distinguere tra eventi fondamentali plausibili ed esagerazioni letterarie.

Agrippina la Giovane – imperatrice, madre, presunta avvelenatrice

Agrippina la Giovane (15–59 d.C.) fu una delle donne più potenti che l’Impero Romano abbia mai prodotto. In quanto pronipote di Augusto, sorella dell’imperatore Caligola, moglie di Claudio e madre di Nerone, si trovava al centro del potere imperiale – e al centro di alcune delle accuse più gravi che gli storici dell’antichità abbiano mai formulato nei confronti di una donna. Tacito, Svetonio e Cassio Dione la descrivono come un’intrigante avvelenatrice. La ricerca moderna mette criticamente in discussione questa rappresentazione.

L’avvelenamento di Claudio

L’atto centrale attribuito ad Agrippina è la morte del marito Claudio nel 54 d.C. Si dice che abbia incaricato Locusta di preparare il piatto a base di funghi letali. Secondo le fonti, il suo movente era chiaro: assicurare l’ascesa al trono di Nerone prima che Claudio potesse privilegiare il proprio figlio naturale, Britannico. Le testimonianze variano nei dettagli: alcune parlano di diverse dosi, altre di una penna d’oca infilata in gola. Ciò che è certo è che Claudio morì e Nerone divenne imperatore.

Altre accuse
  • Rivali e avversarie: secondo alcune voci, gli intrighi di Agrippina sarebbero stati responsabili della rovina di diverse rivali a corte
  • Senatori e loro mogli: diverse personalità influenti sarebbero state eliminate con veleno somministrato di nascosto per consolidare la rete di Agrippina
La morte stessa di Agrippina

Ironia della sorte, la stessa Agrippina fu vittima di un attentato – per mano del proprio figlio Nerone. Nel 59 d.C. egli tentò inizialmente di ucciderla con un naufragio inscenato a Baie. Quando lei sopravvisse alla catastrofe, la fece uccidere a colpi di bastone nella sua villa. In quell’occasione non fu utilizzato alcun veleno. La ricerca moderna interpreta Agrippina sempre meno come una demoniaca avvelenatrice e sempre più come una politica consapevole del proprio potere in un contesto estremamente violento, in cui sia gli uomini che le donne ricorrevano senza distinzione a qualsiasi arma a loro disposizione.

Altre avvelenatrici e casi di avvelenamento nell’Impero

Omicidi con veleno nell’antica Roma – Donne di famiglie nobili preparano in modo coordinato decotti a base di erbe

Locusta e Agrippina sono solo i nomi più noti. La storia dell’avvelenamento nell’antica Roma conta numerosi altri casi – dalle prime accuse collettive ai misteriosi destini individuali.

Lo scandalo del veleno del 331 a.C.

Il primo caso documentato di avvelenamento di massa risale all’*Ab urbe condita* di Livio. Quando, nello stesso anno, numerosi uomini di spicco morirono a Roma come se fosse una pestilenza dilagante, una schiava, in cambio della garanzia di impunità, rivelò una presunta rete di donne provenienti da famiglie nobili che preparavano in modo coordinato decotti a base di erbe. La testimone sfidò venti donne a bere le loro stesse miscele: esse lo fecero e morirono. Gli interrogatori dei loro schiavi portarono all’accusa di circa 170 altre donne in totale. Da notare: lo stesso Livio, nel suo resoconto, espresse esplicitamente dei dubbi sulla storia e ritenne possibile che i decessi fossero in realtà semplicemente attribuibili all’epidemia e non al veleno. Il caso mostra quindi non tanto un omicidio di massa provato, quanto piuttosto un mix rivelatore di panico sociale, misoginia e calcolo politico – messo in discussione criticamente dallo stesso storico antico.

Martina – l’avvelenatrice siriana

Tacito (Annali 2,74) definisce Martina una «veneficii infamis», famigerata per la sua attività di avvelenatrice. Intorno al 19 d.C. fu sospettata di aver avuto un ruolo nella morte di Germanico. Fu inviata a Roma per testimoniare nel processo contro Pisone, ma morì in circostanze poco chiare prima di poter salire sul banco dei testimoni. Resta da chiarire se sia stata assassinata per impedire testimonianze scomode.

Fulvia

Fulvia, nobile della tarda Repubblica e moglie di Marco Antonio, appare nelle opere di Cassio Dione come una figura di estrema crudeltà: secondo lui, avrebbe preso la testa di Cicerone, assassinato, sulle sue ginocchia, gli avrebbe strappato la lingua e l’avrebbe trafitta più volte con le sue forcine d’oro – per vendicarsi dei discorsi che questi aveva tenuto contro suo marito. Il racconto più antico di Plutarco menziona sì che Fulvia derise la testa e la sputò addosso, ma l’episodio delle spille si trova solo presso Cassio Dione, che scrisse ben 250 anni dopo gli eventi – un’indicazione di quanto tali dettagli siano stati abbelliti nel corso della tradizione. Voci di corridoio collegavano Fulvia anche a un omicidio con veleno, ma mancano prove concrete e l’intera tradizione è palesemente di stampo ostile.

Quarta Hostilia

Quarta Hostilia fu condannata nel II secolo a.C. per la morte del marito Calpurnio – essenzialmente sulla base di circostanze misteriose e dei sospetti che la sua reputazione attirava su di sé. Nella tradizione mancano prove concrete o un movente accertato. Il caso mostra in modo esemplare quanto poco bastasse a Roma per condannare una donna: sospetti, voci e un marito morto sembravano essere sufficienti.

Veleni e metodi: come si avvelenava a Roma?

Omicidi con veleno nell’antichità: descrizione storica di sostanze velenose quali la cicuta, la giusquiamo e l’arsenico nell’Impero Romano

Le avvelenatrici romane ricorrevano a sostanze facilmente reperibili, di cui conoscevano gli effetti grazie all’esperienza e alla tradizione. I confini tra medicina e avvelenamento erano fluidi: la stessa sostanza poteva curare o uccidere, a seconda della dose e dell’intenzione.

Veleni, categorie ed effetti nell’antica Roma
Categoria Esempi Effetto
Di origine vegetale Cicuta, giusquiamo, aconito (Aconitum), oppio Paralisi, spasmi, arresto cardiaco
Minerali Piombo, mercurio, arsenico Danni neurologici progressivi
Di origine animale Veleno di serpente, veleno di rospo Intossicazione sistemica rapida
Metodi di somministrazione

I veleni venivano solitamente somministrati in cibi e bevande e mascherati da aromi intensi:

  • Vino: il vettore più comune – fortemente aromatizzato e quindi facile da manipolare
  • Miele: note amare mascherate, affidabili
  • Piatti a base di funghi: tristemente noti sin dalla morte di Claudio – e difficili da distinguere dai veri casi di intossicazione da funghi
  • Cibi speziati: aromi intensi coprivano le note sospette

Molti veleni agivano in modo insidioso. Piccole dosi ripetute provocavano sintomi quali crampi allo stomaco, deperimento, febbre e insufficienza cardiaca – disturbi che imitavano malattie naturali o epidemie e che, senza conoscenze forensi, erano difficilmente distinguibili da esse.

Accesso e copertura

Le avvelenatrici avevano spesso un accesso legittimo e insospettabile alle loro presunte vittime:

  • In qualità di guaritrici ed erboriste, la cui presenza era prevista presso i malati
  • In qualità di ancelle con accesso alla cucina e visione d’insieme delle attività
  • In qualità di parenti o mogli, che mangiavano e bevevano quotidianamente con la vittima

Donne, potere e veleno: stereotipi e realtà

Nella mentalità romana, le donne erano strettamente associate alla sfera domestica, alle piante medicinali e al sapere segreto. Questa concezione alimentava l’immagine dell’avvelenatrice segreta che, al riparo della casa e della cucina, eliminava le proprie vittime – invisibile, silenziosa, difficile da individuare.

Venefica e Saga

I termini «venefica» (avvelenatrice) e «saga» (strega) venivano spesso confusi nella letteratura e nel diritto. Nelle Satire di Orazio, Canidia appare come una figura letteraria di strega che utilizza sangue di bambini e veleno per gli incantesimi. Questi testi riflettono più le paure sociali che le pratiche reali: erano immagini morali da spavento, non resoconti fattuali.

Strumentalizzazione politica

Molte accuse contro le donne per avvelenamento erano motivate politicamente. Servivano a:

  • rovesciare o screditare potenti imperatrici
  • privare del potere le mogli dei senatori
  • eliminare parenti sgraditi o rivali

Nelle fonti compaiono anche avvelenatori di sesso maschile – medici, schiavi, servitori – ma la loro figura è stata descritta in modo molto meno romanzato. La memoria collettiva dell’antichità si è plasmata in modo evidente sulla base di stereotipi di genere.

Valutazioni moderne

Gli storici e le storiche distinguono oggi grosso modo tre categorie:

  • Casi giudiziari reali: Locusta, Martina, processi documentati con sentenza
  • Esempi morali da brivido: Canidia, l’Agrippina esagerata dal punto di vista letterario
  • Esagerazioni propagandistiche: fonti ostili come alcune parti dell’opera di Tacito

La ricerca sottolinea sempre più spesso che le accuse di avvelenamento rivelano spesso più la diffidenza nei confronti delle donne influenti in una società patriarcale che l’esistenza di crimini effettivi.

Echi nel tempo: le avvelenatrici di Roma nella letteratura, nell’opera e nella ricerca

Dipinto storico raffigurante l'intrigante imperatrice Agrippina – simbolo degli antichi omicidi per avvelenamento nell'Impero Romano

Le avvelenatrici romane continuano ad affascinare l’immaginario collettivo ancora oggi – dal Rinascimento all’età moderna, fino ai format contemporanei sul true crime. Quasi nessun personaggio dell’antichità unisce fascino e brivido in modo così efficace come Locusta o Agrippina.

Medioevo e prima età moderna

Fin dal Medioevo, Locusta è stata descritta nelle cronache come il prototipo dell’avvelenatrice a sangue freddo. Tali figure servivano anche a mettere in guardia dalla depravazione femminile e dalla presunta pericolosità della conoscenza di erbe e veleni – un tema che in seguito influenzò anche le persecuzioni delle streghe dell’inizio dell’età moderna.

Opera e teatro

Agrippina appare nell’opera omonima di Georg Friedrich Händel (libretto: cardinale Vincenzo Grimani, prima rappresentazione il 26 dicembre 1709 al Teatro San Giovanni Grisostomo di Venezia) come imperatrice intrigante e assetata di potere. Il libretto la descrive in modo nettamente più demonizzato di quanto giustifichino le fonti antiche – e ne fa un grande spettacolo teatrale. All’epoca della sua prima, con 27 rappresentazioni consecutive, l’opera divenne uno dei primi grandi successi di Händel e fa ancora oggi parte del repertorio.

La ricerca moderna

La recente ricerca storica cerca costantemente di separare la propaganda politica e i topi letterari dai fatti reali. Storici del Medioevo come Anthony Barrett sottolineano la possibilità che molte accuse di avvelenamento fossero racconti scandalistici a posteriori – redatti da uomini che temevano le donne potenti o volevano danneggiare i propri avversari politici. La strada verso un quadro storico articolato passa attraverso l’analisi critica delle fonti e la consapevolezza che la storia è sempre scritta anche da coloro che avevano il potere di metterla per iscritto.

Domande frequenti sugli omicidi per avvelenamento nell’antica Roma

Gli omicidi per avvelenamento nell’antica Roma erano davvero così frequenti come suggeriscono le fonti?

Gli autori antichi probabilmente esageravano notevolmente i casi di avvelenamento, specialmente in periodi di crisi politica e in caso di morti improvvise tra le élite. È difficile determinare la frequenza effettiva, poiché senza la medicina legale non era possibile distinguere con certezza tra cause naturali di morte e avvelenamenti. L’avvelenamento era inoltre un motivo letterario molto diffuso per screditare moralmente gli avversari politici o le donne potenti.

Quali imperatori potrebbero essere morti avvelenati?

I casi più discussi sono:

  • Claudio (54 d.C.): funghi avvelenati, Locusta come presunta autrice del delitto, Agrippina come mandante
  • Britannico (55 d.C.): vino avvelenato, sempre Locusta, Nerone come mandante
  • Tiberio (37 d.C.): voci su un intervento di Caligola, ma storicamente controverso
  • Domiziano (96 d.C.): speculazioni prive di solide basi documentarie

Gli storici moderni sono cauti: per nessun imperatore romano è scientificamente provato che si sia trattato di un omicidio per avvelenamento. La maggior parte delle accuse compare solo in fonti successive e ostili.

Come si distingueva all’epoca tra malattia e avvelenamento?

Medici come Scribonio Largus e Galeno formulavano diagnosi sulla base dei sintomi – vomito, convulsioni, paralisi. Non esistevano autopsie nel senso moderno del termine né analisi chimiche. Le diagnosi erano soggettive e influenzate dalle aspettative: se qualcuno moriva, si sospettava l’avvelenamento. I casi sospetti venivano risolti in sede giudiziaria – attraverso testimonianze, confessioni estorte sotto tortura e la reputazione degli imputati.

C’erano anche avvelenatori di sesso maschile nell’Impero romano?

La lex Cornelia si applicava espressamente a tutti gli avvelenatori – uomini e donne, liberi e schiavi. Nelle fonti compaiono medici, schiavi e servitori di sesso maschile che avrebbero somministrato veleno per conto di altri. Il medico personale Senofonte, ad esempio, fu accusato di complicità nella morte di Claudio. Nella tradizione, tuttavia, i colpevoli di sesso maschile venivano descritti in modo decisamente meno spettacolare – motivo per cui il ricordo degli avvelenamenti a Roma è rimasto così fortemente connotato al femminile.

Quanto sono attendibili i resoconti su Locusta e Agrippina?

Le nostre fonti principali – Tacito, Svetonio, Cassio Dione – scrissero a distanza di decenni o addirittura secoli dagli eventi ed erano motivate sia politicamente che moralmente. Dialoghi precisi, dettagli spettacolari e escalation drammatiche sono spesso abbellimenti letterari, come dimostra l’esempio dell’episodio di Fulvia. Gli storici oggi distinguono tra eventi fondamentali plausibili (la morte di Claudio, l’esistenza e l’operato di Locusta) e racconti scandalistici aggiunti in un secondo momento. La strada verso un quadro più realistico passa attraverso un’analisi critica delle fonti – non attraverso una fiducia cieca negli storici antichi.

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